Categoria: VI. SCRITTI E COMMENTI

Lavoratori esposti all’amianto – Risarcibilità del timore di contrarre una patologia asbesto-correlata. Limiti

Cdapp-Ge-419-2013

Per la risarcibilità - a titolo di danno non patrimoniale per violazione di diritti di rango costituzionale – del pregiudizio di chi, esposto a polveri di amianto senza adeguati mezzi di protezione, conduca la propria esistenza con turbamento, ansia ed incertezza conseguenti alla coscienza del rischio di contrarre grave patologia correlata all’esposizione subita, è necessario che tale turbamento, ansia ed incertezza si manifestinocon segni esteriori visibili ed accertabili,  e che il danno, quale “danno conseguenza”, sia rigorosamente allegato e provato in maniera specifica, con riferimento alle diverse manifestazioni tra soggetto e soggetto.

Corte D’Appello di Genova, Sent. 419/2013, Est. Bellè

Con una nota di Maurizio Manna

nota dell’Avv Maurizio Manna

Con una nota di Lorenzo Calvani

Nota dell’Avv Lorenzo Calvani

LAVORATORI ESPOSTI ALL’AMIANTO – RISARCIBILE IL TURBAMENTO PER IL TIMORE DI CONSEGUIRE UNA PATOLOGIA ASBESTO-CORRELATA

Trib. MS 212-13

E’ risarcibile, a titolo di danno non patrimoniale per violazione di diritti di rango costituzionale, il pregiudizio di chi, esposto a polveri di amianto senza adeguati mezzi di protezione – pur disponibili – e nella consapevolezza dell’imprenditore dei pericoli connessi all’esposizione, conduca la propria esistenza con turbamento, ansia ed incertezza conseguenti alla coscienza del rischio di contrarre grave patologia correlata all’esposizione subita.

Tribunale di Massa, Sentenza n. 212 2013 – Est. Agostini

 

Con una nota di Lorenzo Calvani

commento sentenza amianto Massa

 

Le novità introdotte dal D.L. 76 del 28 giugno 2013

F. Alvaro
Commento al D.L. 76 del 28 giugno 2013
Commento decreto

Questioni di competenza e di rito nelle controversie di lavoro promosse nei confronti dell’impresa fallita

Relazione svolta nell’ambito del Convegno I RAPPORTI DI LAVORO NELLE PROCEDURE CONCORSUALI – ASPETTI PRATICI ED IPOTESI OPERATIVE, tenutosi ad Artimino (PO), Villa “Ferdinanda”, il 17 maggio 2013, III° Convegno in onore dell’Avv. Giorgio Bellotti.

Avv. Lorenzo Calvani

intervento avv calvani

Risarcimento del danno da esposizione ad amianto

Trib-pisa-27-11-2012

Risarcimento del danno per i familiari di lavoratore deceduto a causa di mesotelioma pleurico insorto per l’esposizione all’amianto. Conoscibilità da parte dell’imprenditore del rischio di danni da esposizione all’amianto. Danno risarcibile. Valori “soglia” previsti dalla legislazione vigente. Tutela del lavoratore.

Tribunale di Pisa – Sentenza 27 novembre 2012 – Est. : Tarquini

Nota a cura di Lorenzo Calvani

La sentenza che si annota riassume i più recenti sviluppi in tema di risarcimento del danno da esposizione all’amianto.

La stessa si segnala per numerosi aspetti:

dalla risarcibilità del danno biologico “differenziale” – rispetto al danno biologico risarcito dall’INAIL – alla possibilità per il giudice civile di valutare incidenter tantum la configurabilità del reato perseguibile d’ufficio,  ai fini del risarcimento del danno differenziale medesimo;

dalla sufficienza di un nesso di causalità caratterizzato anche solo dalla “probabilità”, ai fini dell’accertamento della relazione tra comportamento ed evento dannoso, al complesso tema del risarcimento del danno “iure proprio” e/o “iure hereditatis”; passando altresì attraverso il delicato tema della differenza tra danno biologico da inabilità permanente e danno biologico da inabilità temporanea “terminale”.

In mezzo c’è altresì spazio per una compiuta disamina del problema della effettiva conoscibilità della nocività dell’amianto da parte delle imprese datrici di lavoro. Un tema in cui la giurisprudenza si è orientata, in maniera stabile, verso la notevole risalenza nel tempo della chiara conoscenza dei danni derivanti dall’esposizione a questo straordinario ma pericolosissimo isolante a basso costo.

E non solo relativamente a quelle malattie professionali asbesto-correlate che si potrebbe definire, impropriamente, “minori”. Ma anche in relazione al più tragico degli esiti connessi alla contaminazione da asbesto, che porta il nome di “mesotelioma” (non solamente pleurico). Un cancro di cui non si conosce altra causa se non l’amianto. Mortale nel cento per cento dei casi. Capace di lunga latenza, ma – una volta esordito – tale da condurre alla morte in tempi estremamente rapidi (nel caso affrontato dal Tribunale di Pisa solo 234 giorni).

Tuttavia, leggendo le disposizioni normative, richiamate dal Tribunale pisano, colpisce come leggi e regolamenti abbiano sempre parlato di “pulviscolo”, “rischio”, “affezioni polmonari”, “lavorazioni tossiche”, “lavori insalubri”, spingendosi al più fino a considerare l’ “asbestosi”; ma praticamente mai apertamente di “neoplasia”, “cancro”, “mesotelioma”.

Le stesse disposizioni che, solo all’inizio degli anni Novanta del secolo ormai passato, hanno bandito finalmente l’amianto dall’abbondante uso che ne faceva l’industria, hanno subìto più volte slittamenti, deroghe, eccezioni.

Tutto ciò, unito a questa patetica “finzione” circa la pretesa non conoscibilità dell’estrema nocività dell’amianto – per fortuna da subito smascherata dalla migliore giurisprudenza – resta  a testimoniare come la vicenda “amianto” sia uno dei più chiari e drammatici esempi di come alla produzione industriale, al contenimento dei costi, e in definitiva al “profitto”, sia stata subordinata in passato la salute e la vita stessa dei prestatori di lavoro; coprendo l’evidenza scientifica con abbondanti “manciate” di silenzio, contando sulla complicità dei governi, paventando il rischio della diminuzione dei livelli occupazionali.

Si tratta di riflessioni forse, per certi aspetti, “metagiuriche”, ma che devono tornare oggi di attualità – anche grazie a sentenze come questa – a fronte di situazioni e vicende in cui non pare che gli “attori” vogliano fare tesoro dell’esperienza passata. Ne è un esempio lo “scontro”, anche  istituzionale tra Governo e Magistratura, che si è generato attorno alla vicenda dell’ILVA di Taranto.

Vale poi la pena di soffermarsi su un particolare aspetto, di cui la sentenza che si annota è lucida e pregevole disamina.

L’occasione – tutt’altro che frequente – è data dalla conclusione del CTU per cui, nell’impresa in cui il dante causa dei ricorrenti prestava attività, la media ponderata della concentrazione di fibre di amianto, nel corso delle otto ore lavorative, non superava la “soglia” prevista dall’art. 31 DLgs 277/1991 (100 fibre/litro; valore poi “traslato” nel Testo Unico della Sicurezza DLgs 81/2008 art. 254), pur essendovi puntuali momenti in cui la stessa concentrazione, nel corso di alcune lavorazioni, poteva arrivare dalle 310 fino alle 2710 fibre/litro.

Questo del “valore soglia” è un elemento particolarmente importante.

Nato come “limite” di sicurezza, sopra il quale la legge prevedeva la necessità, per i datori di lavoro, di adottare particolari misure per abbatterlo (avvertendo gli organi di vigilanza ed i lavoratori), ma già in vista della progressiva dismissione dell’amianto nell’industria, divenne poi, per la giurisprudenza della Suprema Corte, “metro” di quell’esposizione “qualificata” ritenuta necessaria (ad onta di qualsiasi riferimento legislativo in proposito) per poter riconoscere i benefici per l’accesso anticipato alla pensione per i lavoratori esposti all’amianto (art. 13 comma 8 L. 257/1992). In pratica nessun beneficio pensionistico poteva essere riconosciuto ai lavoratori senza la dimostrazione di essere rimasti esposti all’amianto per valori mediamente “superiori” al valore soglia e per almeno 10 anni.

Venne quindi “recepito” nella stessa disposizione legislativa sul riconoscimento dei benefici per i lavoratori esposti all’amianto nell’ottobre del 2003, allorchè l’intera disciplina venne radicalmente riformata, trasformando il requisito per il pensionamento anticipato in mero requisito per il “ricalcolo” della pensione, e riducendo il coefficiente di moltiplicazione degli anni di esposizione da 1,5 a 1,25 (art. 47 DL 30.9.2003 n. 269 convertito con modificazioni nella L. 326/2003).

In tal modo “enfatizzato”, il “valore soglia” si prestava così ad essere considerato come limite “all’interno del quale” il datore di lavoro poteva affermare di aver prestato adeguata tutela ai lavoratori esposti, al punto da poter andare esente dal rischio di richieste di danni da parte di soggetti che avessero sviluppato patologie asbesto-correlate.

Non la pensa così il Tribunale di Pisa.

Con notevole efficacia argomentativa, il Giudice rammenta che qualsiasi “soglia”o “limite”, stabilito da disposizioni normative, non può che avere mero valore convenzionale per esigenze di “certezza” del diritto. Ma non può mai essere interpretato come limite di esclusione dal rischio morbigeno. Altre norme dello stesso ordinamento prevedono, proprio in relazione all’inquinamento da amianto, limiti ben inferiori; o affermano – correttamente e senza alcuna distinzione – che l’amianto è di per sé pericoloso. In qualsiasi concentrazione. Non manca, il Giudice pisano, di citarne gli esempi.

Unica “misura” del corretto comportamento del datore di lavoro, ai fini dell’esclusione della responsabilità per danni da patologia lavoro-correlata (e quindi anche asbesto-correlata), è ancora l’art. 2087 c.c., il quale – senza “limiti” o “soglie” predefinite – obbliga l’imprenditore “ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

E dall’esame dell’istruttoria – dalla quale è emersa l’insufficienza delle misure adottate, in alcuni casi misure persino “elementari” (assenza di aspirazione forzata, DPI insufficienti o inadeguati, mancanza di strumenti per la protezione delle polveri) – il Giudice deduce la responsabilità inescusabile dell’impresa nella causazione della patologia, indipendentemente dal mantenimento dell’inquinamento al di sotto del “valore soglia” convenzionale.

Come dire: nulla importa essersi mantenuti sotto il “limite medio” …allorchè, potendo fare di più, doveva necessariamente farsi di più. Così come dispone l’art. 2087 c.c.

Con buona pace di certe tendenze normative, soprattutto a livello internazionale,  ancora “dure a morire”, per cui per rendere qualcosa “a norma” …basta alzare il “limite”.

Avv. Lorenzo Calvani