Categoria: Demansionamento – Dequalificazione

CCNL Cooperative Sociali – Operatori Socio Sanitari (OSS) che prestano attività in struttura socio sanitaria – Inquadramento – Livello C2

C-d-App-FI-822-2015

All’Operatore Socio Sanitario (OSS) che presta attività in una struttura socio-sanitaria compete l’inquadramento nel livello C2 del CCNL Cooperative Sociali, secondo anche quanto previsto nella Conferenza Stato-Regioni del 22.2.2001 in relazione alle attività riservate agli OSS. L’inquadramento nel livello C1 del medesimo CCNL è pertanto erroneo

Corte D’Appello di Firenze, Sez. lavoro, Sent. n. 822 del 26.11.2015 – Est.: Bronzini

(Conferma Tribunale di Prato. Nello stesso senso Tribunale di Firenze, n. 1070/2015, Est. Rizzo, in questa stessa rivista)

CCNL Cooperative Sociali – Operatori Socio Sanitari (OSS) che prestano attività in struttura socio sanitaria – Inquadramento – Livello C2

TRIB-FI-1070-2015

All”Operatore Socio Sanitario (OSS) che presta attività in una struttura socio-sanitaria compete l’inquadramento nel livello C2 del CCNL Cooperative Sociali, secondo anche quanto previsto nella Conferenza Stato-Regioni del 22.2.2001 in relazione alle attività riservate agli OSS. L’inquadramento nel livello C1 del medesimo CCNL è pertanto erroneo

Tribunale di Firenze, Sent. 13.10.2015 n. 1070, Est.: Rizzo

DEMANSIONAMENTO – DANNO NON PATRIMONIALE

DEMANSIONAMENTO - DANNO NON PATRIMONIALE - OBBLIGO RISARCITORIO A CARICO DATORE DI LAVORO – ONERE DELLA PROVA - SUSSISTE – OVERRULING – NON SUSSISTE

 

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio dall’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale (in termini Cass. 17 settembre 2010 n. 19785 e Cass. 19 dicembre 2008 n. 29832 nonché Cass. S.U. 11 novembre 2008 n. 26972)

Cassazione-sentenza-14214-2013

Il limite della legittima adibizione alle mansioni inferiori

ADIBIZIONE, PER RAGIONI DI SERVIZIO, A MANSIONI INFERIORI E DEQUALIFICANTI – SVOLGIMENTO IN MANIERA PREVALENTE ED ASSORBENTE DELLE MANSIONI DI APPARTENENZA – LEGITTIMITÀ DELL’ORDINE DI SERVIZIO – DANNO DA DEMANSIONAMENTO – NON SUSSISTE
Cass. n. 21.2.2013, n. 4301

4301 21 2 2013

Conformi

Cass. 2 maggio 2003 n. 6714, Cass. 10 giugno 2004 n. 11045 e Cass. 7 agosto 2006 n. 17774 (posta a base della decisione oggi pubblicata).

Cass 17774 2006

In merito al giudizio di equivalenza tra mansioni differenti in relazione alle previsioni contenute nella declaratoria contrattuale, si ricorda Cass. civ. Sez. Unite 24 novembre 2006 n. 25033 che ha escluso la violazione dell’art. 2103 c.c. nell’ipotesi in cui all’interno del contratto collettivo sia prevista una clausola di fungibilità tra le mansioni

Cass 25033-2006

Eccezione di inadempimento per denunciato demansionamento – Forzata inattività del lavoratore e contestazione del corretto adempimento della prestazione da parte del datore di lavoro

Cass. Sent., 24-01-2013, n. 1693.

La sentenza che si pubblica appare d’interesse in quanto precisa, ulteriormente, sia i limiti entro i quali può ritenersi ammissibile l’eccezione di inadempimento da parte del lavoratore che deduce di essere demansionato, sia il rapporto esistente tra la non corretta adibizione del lavoratore alle proprie mansioni e l’eventuale non corretto adempimento della prestazione richiesta (illegittimamente) dal datore di lavoro.

Le massime che si desumono dalla pronuncia sono le seguenti:

“Il rifiuto, da parte del lavoratore subordinato, di svolgere la prestazione lavorativa (ad esempio in caso di adibizione a mansioni inferiori) può essere legittimo e quindi non giustificare il licenziamento in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive enunciato dall’art. 1460 cod. civ., sempre che il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede” (cfr. Cass. 26 giugno 1999 n. 6663; id. 1 marzo 2001 n. 2948; 7 novembre 2005 n. 21479; 8 giugno 2006 n. 13365; 27 aprile 2007 n. 10086; 12 febbraio 2008 n. 3304; 19 febbraio 2008 n. 4060);

“Ogni umano agire è determinato, pur in limitata misura, dall’esterna situazione nella quale si svolge, ed in particolare dall’altrui comportamento (rispetto al quale possa eventualmente aver costituito reazione), corrisponde ad una necessità logica oltre che giuridica valutare la condotta del lavoratore nel quadro delle condizioni in cui si è svolta. Il che vale a dire che uno stato di forzata inattività imputabile al datore di lavoro, pur senza legittimare un rifiuto del lavoratore di adempiere alla propria prestazione, può tuttavia aver contribuito a determinare una situazione di inadempimento del lavoratore e, dunque, ben può essere preso in considerazione per inferirne un ridimensionamento della gravità dell’inadempimento stesso”.

Cass. 1693 2013